Felicità e patologia dell'immagine

N. 11 (63/2001). A cura di L. Ravasi e L. Tarantini,

Editoriale

La realtà delle immagini ci appartiene almeno quanto noi le apparteniamo, non solo perché viviamo in un mondo denso, popolato di immagini, ma perché le ricreiamo dentro di noi. Accade che siamo immersi in qualcosa di cui possiamo essere contemporaneamente vittime passivizzate, o al contrario fruitori e produttori attivi. Nel primo caso vediamo la vita rappresentata e subiamo attacchi di immagini collettive: schermi grandi e piccoli ci assediano in presa diretta impedendo un residuale immaginario personale, imponendo modelli voyeuristici ed esibizionistici. Nel secondo caso l'immagine ci aiuta ad elaborare un mondo che vive tra l'esterno e l'interno, tra la realtà come ci si presenta e la sua trasformazione simbolica.
Quale impatto sulla nostra psiche, quali elementi di felicità o di patologia si producono dentro la contraddizione a cui siamo esposti?
Abbiamo voluto interrogare attorno a questo tema persone che con le immagini lavorano, o che se ne interessano in modo particolare. Ne esce un quadro composito, ricco, che speriamo possa essere stimolante per voi, come lo è per noi. Per cominciare abbiamo gli analisti, appassionati di cinema, nel cui immaginario professionale transitano visioni non solo personali, ma anche uscite dallo schermo.
Come è possibile, e se è possibile, interagire con esse nella stanza analitica, e come arricchiscono o disturbano la rêverie e le libere associazioni dell'analista? Immagine versus parola oppure parola immaginifica? Se è vero che la cura delle immagini fa parte del lavoro analitico, il film che l'analista si fa del paziente possiede a suo modo una valenza terapeutica - come afferma Lella Ravasi nel suo articolo - o può essere frutto di un arbitrio pericoloso da cui guardarsi, come suggerisce invece Antonino Lo Cascio?
Cosa accade, poi, quando lo psicoanalista utilizza i suoi strumenti conoscitivi nei confronti di un film; quando, per così dire, lo psicanalizza? Opera un arbitrio o apre nuove possibilità di comprensione e di assimilazione delle immagini dello schermo? Arricchisce o impoverisce la visione? Sia nella "Miscellanea" che in numerosi articoli vediamo transitare alcuni film molto noti nella mente di colleghi analisti appassionati di cinema: da Simona Argentieri a Lella Ravasi a Aldo Carotenuto, Maria Fiorentino, Susanna Chiesa. Lo stesso percorso attraversa la mente di intellettuali e cinefili, come Regosa, Del Ministro, Azzola, Arrighi, Alberione e Piergiorgio Bellocchio. Infine, attorno al film di Nanni Moretti, passando da una stanza all'altra, si incontrano le immagini interne di Liberiana Pavone, Lella Ravasi, Giuseppe Maffei.
Proseguendo nella ricerca, e allargandola ad una dimensione filosofica, Daniela Palliccia riflette sull'accostamento tra rêverie poetica e rêverie analitica proposto da Bachelard nei suoi studi sull'immaginazione. Renata De Giorgio racconta con passione il rapporto tra cinema e psicologia del profondo come un'occasione ricca di potenzialità conoscitive e uno dei luoghi mentali utili alla formazione permanente degli analisti. Il Gruppo Cinema dell'A.I.P.A. in questo senso ha permesso di vivere incontri significativi - scrive De Giorgio - che sono una vera "palestra per l'anima". Ma c'è chi questa palestra l'ha avuta in casa: Maria Teresa Colonna ci fa partecipare ai suoi ricordi di un'infanzia nata nel cinema. Commovente e profondo, il suo contributo è centrale per la comprensione di una vocazione - quella analitica - che nasce dalla passione per l'immagine, cresciuta e maturata insieme al cinema.
Un'intervista inedita di Paola Malanga a Marco Bellocchio, uno dei nostri registi più felicemente inquieti, ci porta sul campo diretto e ci racconta il rapporto con le immagini di un autore che si gioca la ricerca analitica come una sfida e interroga il proprio inconscio mettendosi alla prova nella produzione di senso che le immagini portano nel mondo. Alcuni disegni preparatori di suoi film (storyboard gentilmente concessi da Bellocchio) ci dicono l'importanza per il regista, che nasce come pittore, di calarsi nel mondo delle immagini con sinopie, filigrane preparatorie dell'opera che nascerà.
E poi c'è l'immagine fotografica, così familiare e quotidiana da parere scontata. Eppure, nelle parole di una archivista, scopriamo alcuni aspetti del fotografare fortemente connotati da valenze psichiche fonde: l'ansia grande della sparizione di tutto ciò che non compare nella foto, ad esempio. "La fotografia, - dice Benedetta Toso - che sembra solo il documento di una realtà, è allora anche il monumento di una sparizione?". Televisione e computer, altra fucina di continua onnipresente produzione di immagini, attivano in Lidia Tarantini e Camilla Albini Bravo fantasie quasi apocalittiche nel vedere in questi due potenti mezzi di produzione e diffusione di immagini due potenziali Moloch o titani, in grado di inghiottire il mondo, la realtà, la materia stessa, capaci di indurre uno stato ipnotico, drogato, psicotico nella mente di incauti fruitori, convinti di usarli impunemente.
Qual è allora la felicità e quale la patologia dell'immagine? Dalla lettura di tutti i contributi ci è sembrato di poter trarre qualche indicazione. Sembra che ci sia immagine felice ogni volta che siamo messi nelle condizioni di liberare una qualche forma di creatività, un pensiero che funzioni da prolungamento o da trascrizione amplificata di ciò che appare, un pensiero fecondato e attivato da una visione che ci appare come un "di più" da pensare. Accade quando l'immagine non si propone come mera riproduzione di qualcosa, copia o esposizione muta, ma contiene un elemento insaturo, una capacità di innesco di altre immagini, una capacità di comunicare il desiderio di comunicare ancora, di aprire, di domandare.
Questa, ci sembra, è l'immagine felice. Sia essa pittorica, fotografica, cinematografica o frutto della nostra mente. C'è patologia, invece, quando il rappresentante, per dirla con Green - di cui riprendiamo un testo fondamentale su Amleto - si esaurisce in un tutto-detto, tutto-esposto, privato di ogni possibilità simbolica, mero sostituto della realtà che vuole rappresentare, di cui prende bulimicamente il posto, fagocitandola. Immagini infelicemente patologiche, oltre che assassine. Di questo crimine sono colpevoli molte rappresentazioni, sia interne che esterne. Sono le fantasticherie ruminative, gli imbambolamenti televisivi o computeristici ad apparire come le fenomenologie oggi ricorrenti; più pericolose quanto più si avvalgono di un lasciapassare tecnologico, vantando il merito di essere creatrici di una realtà virtuale, con buona pace degli ossimori. Ci riportano invece sul terreno di fantasia e pensiero creativo i testi sul cinema che un pool di esperti segnala con schede e recensioni utili ai lettori per interessanti approfondimenti.
Vogliamo dedicare infine un'attenzione particolare al saggio di Pierre Denivelle, "Nel silenzio della parola, la voce dell'immagine", per la sensibilità e la finezza con cui ci spiega che cosa il cinema ha dato e potrà continuare a dare alla storia del pensiero e della cultura. Pensare il cinema come il luogo dell'immaginario collettivo contemporaneo, come quella fucina da cui scaturiscono le narrazioni attorno ai nostri dei, ai nostri demoni, alle nostre illusioni, ci sembra una delle definizioni più belle e pregnanti che il cinema possa meritare. Ma questo articolo ci è particolarmente caro perché ci è stato recapitato solo qualche giorno prima che Pierre ci lasciasse, e nella commozione infinita e nella nostalgia che ci coglie, rileggendolo, ritroviamo tutta la passione e l'impegno che il suo autore ha messo nel redigerlo, ma anche quella che ha accompagnato la messa in opera del filmato "Le parole sono altrove" di cui ci parla, e che ha rappresentato la possibilità di trasferire in una creazione collettiva concreta la conoscenza e l'amore che Pierre aveva per il cinema. È stato per lui, siamo sicuri, un momento di autentica felicità.

Lella Ravasi e Lidia Tarantin