|
Il terrore nell'anima
N. 13 (65/2002).
A cura di P. C. Devescovi, R. Màdera e L. Ravasi
Editoriale
"Nulla sarà più
come prima", questa frase fin troppo ripetuta e, forse, eccessivamente
enfatica, può essere però il modo più semplice per
dire un'emozione comune dopo l'undici settembre, dopo il crollo, in un
colpo solo, delle torri del World Trade Center e dell'onnipotenza di cui
erano monumento.
Emozioni in diverso modo condivise dentro e fuori dalla stanza analitica,
nel bisogno di trovarsi, di cercare un senso, di tornare a un pensiero-contenitore
- almeno per quanto possibile - di qualcosa di incontenibile, piombato
nella realtà e nell'immaginario. Il nostro mondo interno si è
trovato, come quello esterno, ad essere scosso, attraversato da sogni
e immagini attorno a quell'impossibile che si è trasformato di
colpo in ovvio. E che rischia, in quanto tale, di precipitare nel rimosso.
Nulla sarà più come prima, o no?
L'immagine ripetuta di quelle torri tranciate e fatte polvere si è
impressa ben oltre quello che siamo in grado di riconoscere, e può
diventare un'occasione di cambiamento oppure ristagnare nella palude di
una visione che produce, difensivamente, un consumo in più.
Come Rivista di Psicologia Analitica, sotto l'urgenza dei fatti del mondo
esterno e interno, ci siamo trovati a uscire dalla tana e a rischiare
di mettere in parola le emozioni che abbiamo sentito circolare, potenti.
Molti di noi e dei colleghi che ci hanno offerto i loro lavori, sono tornati
a pensare agli anni sessanta, ai testi fondamentali sulla guerra di Franco
Fornari, al suo tentativo (interrotto purtroppo dalla morte precoce) di
unire dialetticamente l'inconscio e il reale, di riconoscere le dinamiche
psichiche distruttive eppure di muoversi verso l'oggetto d'amore da salvare.
Molti di noi hanno cercato di interrogare la storia e di narrarne le vicende
interne, attraverso il proprio inconscio e quello dei pazienti; qualcuno
ne ha colto gli aspetti complessi attraverso l'immaginario collettivo,
fino ad approdare ad un'analisi del cinema catastrofico.
Abbiamo scoperto sintonie profonde tra colleghi di diverse scuole, in
un confronto tra teorie e pratiche analitiche, mosse da una comune passione
etica per il destino dell'umanità: un senso di responsabilità
civile che ci spinge a pensare, a proporre possibilità di lettura
e confronto a partire dal nostro specifico culturale, per quanto debole
e parziale.
Un'altra motivazione ad affrontare il tema del terrore e del terrorismo
è legata ad un interesse clinico per queste modalità di
funzionamento della psiche, così distanti dai nostri modi abituali
di essere e di pensare da renderci difficile un momento di identificazione.
Il vecchio adagio "niente di ciò che è umano mi è
estraneo" fa fatica ad applicarsi a queste situazioni di estrema
efferatezza, e questo fatto pone un'importante domanda sul piano della
clinica.
Abbiamo allora provato a discuterne all'interno del gruppo redazionale,
e ne sono emerse alcune posizioni che ci sembrano spunti di riflessione
da riproporre a colleghi e lettori. Da un lato veniva sostenuta l'ipotesi
di una impossibilità di capire dall'interno l'efferatezza del terrorismo,
a partire dalle nostre conoscenze della psiche e dalle nostre capacità
di identificazione. Non riuscivamo a sentirci vicini, a sentire che qualcosa
di noi ci facesse in qualche modo comprendere l'efferatezza, vuoi del
terrorista, vuoi, ad esempio, del genitore che tortura il proprio bambino.
Ci venivano in mente concetti o metafore come "i luoghi deserti o
i luoghi freddi dell'anima".
Un'altra ipotesi era quella di pensare che l'esterno potesse creare qualcosa
di nuovo nella psiche, non tanto accentuare o slatentizzare qualcosa di
già esistente e fino ad allora silenzioso dietro una facciata di
normalità, o anche di normopatia. Veniva proposta l'ipotesi di
ricombinazione di elementi pre-esistenti con la creazione di qualcosa
di nuovo, estraneo agli altri, e quindi tale da diventare molto difficilmente
oggetto di identificazioni per chi non è stato esposto a queste
esperienze.
I concetti di Donald Kalsched relativi al sistema di difesa archetipico
della psiche facevano ipotizzare una profonda scissione nella psiche del
terrorista, non comune perché legata a difese del Sé proiettate
in parte all'esterno. Questo ci è sembrato un interessante collegamento
alla frequente chiamata in causa, a vario titolo, di Dio nel discorso
del e sul terrorismo.
Ci è sembrato comunque interessante poter proseguire il discorso
anche attraverso gli articoli presentati in questo numero della Rivista,
ognuno dei quali potrebbe essere visto come una tessera prospettica di
un prisma nel quale si riflettono i diversi tentativi di comprensione
di uno dei più inquietanti fenomeni della psiche umana.
Pier Claudio Devescovi
Romano Màdera
Lella Ravasi
|