Eclissi della soggettività?
Necessità del confronto


N. 14 (66/2002). A cura di Paolo Aite

Editoriale

"Eclissi della soggettività" è un titolo che evoca la rappresentazione di un fenomeno di portata cosmica, un momento di passaggio che oscura la visione di astri che abitualmente ci orientano nel tempo e nello spazio. La tendenza a oscurare il valore di fondo dell'uomo, la sua soggettività, é sempre più palese in questo mondo in rapido cambiamento.
I progressi della scienza e della tecnologia, l'aspetto più palese del fenomeno, hanno determinato l'allungamento della durata della vita, la rapidità e l'efficienza dei mezzi di comunicazione, la rivoluzione informatica che, in pochi anni, hanno modificato la nostra vita. Il mito sotteso a questo rapido progresso mette in luce l'efficienza, la rapidità, la bellezza, l'accumulo dei beni, ma lascia in ombra, come per un'eclissi, la "soggettività" che racchiude l'essenza della nostra esperienza umana nei suoi limiti, fragilità, ma anche nelle sue potenzialità.
I vantaggi del progresso, in apparenza tutti favorevoli, portano con sè un'ombra carica di presagi, sia sulla collettività che sul singolo. La nostra vita come afferma Octavio Paz, è:

"in preda alla frenesia di produrre di più per più consumare, e tende a trasformare le idee, i sentimenti, l'arte, l'amore, l'amicizia e le stesse persone in cose da consumare. Quella vita in cui tutto si trasforma in oggetti da acquistare, usare, gettare. Nessuna società come la nostra ha prodotto tanti rifiuti materiali, morali" (1).
Emergono segni sempre più inquietanti di bisogni sostanziali non riconosciuti, non rispettati, che hanno un effetto distruttivo sul poter 'essere soggetto' di ogni uomo.
A livello collettivo s'impone la distruttività dilagante che in momenti ricorrenti arriva ad esprimersi in genocidi impensabili, in atti di terrorismo, nelle guerre sempre presenti in qualche parte del mondo. Che valore ha il soggetto davanti a queste violenze, siano esse dovute allo strapotere di un dittatore fanatico, o alla dittatura imposta dalla legge del profitto o da quella del fanatismo religioso?
La tendenza a sottovalutare il soggetto fino a ignorarlo, ha invaso in modo subdolo il nostro stesso modo di pensare e di risolvere i problemi. Pensiamo ad esempio a quanto sta accadendo alla persona malata, nell'assistenza medica in genere come nella terapia della sofferenza psichica. L'incredibile sviluppo tecnologico che ha incrementato le potenzialità della diagnosi e della terapia, sia chirurgica che medica e che ha reso più efficaci e rapide le guarigioni di molte malattie e più lunga la vita, è stato accompagnato da una diminuita attenzione al dialogo tra medico e paziente. Sembra mancare sempre più il riconoscimento dell'importanza del paziente e della relazione medico paziente, in un contesto sanitario orientato solo dalla lotta contro la malattia e con poca attenzione alla persona. Ciò appare in modo evidente quando la medicina tocca i suoi limiti attuali e non riesce a guarire. I problemi legati alla fine della vita, al modo in cui il soggetto muore, sono stati sempre più trascurati (2).
Nell'ambito delle malattie mentali i formidabili successi delle neuroscienze e in particolare della psicofarmacologia dopo gli anni '50, hanno indubbiamente cambiato il volto agli ospedali psichiatrici. Grazie a queste nuove terapie è diminuita la necessità dei contenimenti forzati e delle terapie fisiche talvolta anche traumatiche, restituendo in molti casi al soggetto malato la capacità di convivenza con gli altri anche in situazioni limite. Questi innegabili successi hanno tuttavia portato insensibilmente a posizioni estreme, in cui il mito della guarigione tramite la terapia farmacologica sembra risolvere in prospettiva tutti i problemi della salute mentale. I criteri della efficienza del trattamento e del risparmio di tempo e danaro, oggi dominanti, sembrano in apparenza soddisfatti.
In particolare, in ambito psichiatrico si é andato trascurando sempre più il dialogo teso a comprendere il singolo paziente a beneficio di una tendenza a classificare i suoi sintomi (DSM). Si è persa di vista sempre più la soggettività della persona sofferente. Il trattamento farmacologico è diventato di conseguenza sempre più generico, non personalizzato. Gli stessi farmaci dati a dosi massive ed estesi a vaste categorie di pazienti.
L'elenco dei settori della nostra vita dove le ragioni della soggettività sono ignorate o per lo meno trascurate, potrebbero moltiplicarsi. Certo è che la moltitudine dei soggetti sofferenti sta crescendo. La diffusione del sintomo "depressione", sempre più vasta nella nostra società, appare come una risposta alla tendenza dominante di ridurre il singolo a una macchina che deve sempre essere in grado di funzionare al massimo. L'uso e l'abuso di psicofarmaci ansiolitici e antidepressivi, é una testimonianza indiretta di una strisciante condizione del vivere che sembra essere l'altro lato di quel mito della eterna giovinezza, efficienza, velocità che caratterizza la nostra epoca.
Un altro fenomeno collettivo della società in cui viviamo, opposto allo sviluppo della scienza appena notato, va preso in considerazione per capire il momento attuale. Al progresso degli aspetti cognitivi, logici del pensiero scientifico, che mirano alla definizione di nuovi concetti operativi e che hanno stimolato stupefacenti sviluppi tecnologici, si oppone oggi una rinnovata tendenza all'irrazionale che cerca spiegazioni salvifiche. Assistiamo al rinnovato vigore del fanatismo religioso e al proliferare di varie credenze.
A mio parere il pensiero analitico ha aperto un campo di ricerca intermedio tra le due tendenze descritte che sempre hanno fatto parte dell'esperienza umana. Il rischio che ha corso e continua a correre la ricerca analitica, è di lasciarsi assorbire o dal fascino delle scienza della natura, o da quello di un bisogno di ricerca di senso che si accontenta di speculazioni già date anziché attraversare il dubbio e porsi nuove domande nel dialogo intersoggettivo.
La via inaugurata da Freud e Jung, proseguita e rinnovata da molti altri autori successivi, ha aperto uno spazio d'indagine dove sia la riflessione che il bisogno di senso hanno trovato un campo d'esperienza del tutto nuovo, da non confondere con i precedenti.
Con la ricerca analitica il divenire dell'esperienza della soggettività è stata sottratta alla introspezione individuale per diventare un campo d'indagine condivisa. Il dialogo interpersonale spontaneo, da sempre necessità umana di fondo per essere e conoscere, si è aperto allo studio dei livelli della comunicazione tra individui. L'analisi dei sogni, delle fantasie come dei modi del colloquio, rivelano la struttura delle emozioni interpersonali emergenti. Questi fenomeni espressivi della vita mentale hanno rivelato una trama inattesa che parla della storia del soggetto, ma anche delle sue emozioni attuali e dello scambio intersoggettivo attivato dalla relazione analitica in corso.
L'esperienza della soggettività è diventata sia un nuovo campo di ricerca che un modo di esplorare il fenomeno affettivo interpersonale. L'indagine tende a mettere in evidenza il particolare nel qui ed ora perché è proprio lì che è racchiuso l'enigma di una soggetività nascente e la sua sofferenza attuale.
Alcuni psicoterapeuti hanno sentito il fascino delle scienze della natura, altri della ricerca di senso tramite esperienze simboliche transpersonali tipiche dell'atteggiamento religioso. I primi hanno fatto propri i principi causali della scienza della natura, quasi a legittimare il proprio campo d'esperienza. E' una tendenza a sottolineare gli aspetti cognitivi, logici, del pensiero verbale, sottovalutando l'aspetto fenomenologico della mente, l'immaginazione e il ruolo del pensiero fantastico nella vita psichica. I secondi, mettendo al centro l'esperienza simbolica transpersonale, si sono lasciati a volte contagiare dalla seduzione di essere i mediatori del trascendente.
A mio parere, in un caso come nell'altro c'è il rischio di perdere la nuova prospettiva che ha messo al centro l'enigma della soggettività nascente, ne ha studiato il divenire nel campo interpersonale e cominciato a distinguere le condizioni che ne favoriscono il progresso o, al contrario, la regressione nella patologia.
In questo orizzonte la psicologia del profondo ha un ruolo di fondo. E' una dimensione dell'esperienza umana ancora densa di punti oscuri quella che si fa strada a vari livelli della comunicazione. Appare nella gestualità del soggetto in cui é inscritta la memoria corporea dei suoi conflitti. Raggiunge un nuovo livello di espressione e di trasformazione degli affetti tramite i sogni e le fantasie, per arrivare alla fine al linguaggio condiviso che trasforma.
Per la prima volta nella storia del pensiero, l'incontro intersoggettivo diventa un campo ove è possibile studiare le emozioni, le passioni che modellano il costituirsi del soggetto, la sua capacità di differenziarsi, le trasformazioni e le regressioni inevitabili nello scontro-incontro con la vita. L'intersoggettività come luogo d'esperienza quindi, come accade nel campo analitico quando al centro viene posto il prendere forma ed il divenire degli affetti (transfert- controtransfert), ma anche come un modo per modificare i conflitti che sono alla base della nostra patologia psichica, psicosomatica e che probabilmente favoriscono la scelta d'organo nella patologia somatica.
Si è aperto un modo diverso di conoscere l'uomo, non riconducibile alle modalità e ai principi della scienza della natura, ma con uno statuto suo proprio, ancora dibattuto a distanza di oltre cento anni dagli inizi, dove domina l'esperienza soggettiva come oggetto e tramite della conoscenza.
Il pensiero analitico ha sicuramente aperto una visione nuova dell'uomo e ha avuto un'influenza imponente su tanti aspetti della nostra cultura (3). Ha introdotto una prospettiva nuova, un modo d'inquadrare l'esperienza umana, ma dalla sua scoperta ad oggi ha manifestato molti limiti che vanno dichiarati e studiati. Solo partendo dai nostri limiti, riconoscendoli, si può aprire una riflessione e affrontare la scommessa imposta da un mondo che tende oggi a negare la specificità e il valore di una ricerca tesa a comprendere come, dove, quando e perché, il soggetto possa affrontare i suoi conflitti ed esprimere le sue potenzialità o cadere nella patologia.
Il volume contiene le riflessioni di analisti che si interrogano sull'esperienza della soggettività. Il confronto si apre sull'idea stessa di conoscenza che la prassi analitica offre, e sulle modalità operative più efficaci nella clinica per attuarla. La ricerca analitica propone un sapere diverso, basato sulla fenomenologia della soggettività nascente nel campo intersoggettivo, che è complementare alle scienze naturali e al pensiero filosofico. Il discorso viene approfondito cominciando a mettere a confronto i modelli della mente operanti nelle neuroscienze e nell'analisi. Altri contributi offrono le riflessioni personali di analisti impegnati nel loro appassionante e difficile lavoro, che indicano il loro modo di usare gli strumenti concettuali offerti dalle scienze umane nel campo analitico.
Nella rubrica "opinioni" si sono volute inserire due testimonianze emblematiche. La prima é quella di un medico cardiologo che vive nel quotidiano l'invasività della tecnologia a scapito del dialogo e dello scambio di esperienza tra medico e paziente. La seconda, a cui risponde un membro della redazione, é quella di un uomo di fede e di cultura che, interrogando Jung, espone la propria visione della rapida trasformazione del mondo attuale. L'una come l'altra testimonianza indicano settori d'esperienza profondamente diversi tra loro, ma anche modi di reagire e di vedere che si vanno diffondendo nella società attuale come segni della sofferenza del soggetto che cerca nuove risposte.

Paolo Aite


Note

(1) O. Paz, Intervista, Minimun Fax, Roma, 1996.
(2) Da pochi anni si notano i primi segni di consapevolezza e si notano le prime risposte a questo tema di fondo. Vedi: L. Crozzoli (a cura di), Sarà così lasciare la vita?, Ed. Paoline, Milano, 2001.
(3) L. Longhin e M. Mancia (a cura di), "Sentieri della mente. Filosofia, Letteratura, Arte e Musica in dialogo con la Psicanalisi", Manuali, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.