Fondamento, Fondamentalismo
Uno sguardo dal profondo


N. 15 (67/2003). A cura di Marcello Pignatelli

Editoriale

L'articolazione del discorso su " fondamento, fondamentalismo " ci ha indotto a scegliere una chiave di lettura e un prospetto interpretativo.
La soluzione è venuta dal metodo, che qualifica il nostro lavoro: non bisognava guardare l'oggetto dall'alto, ma osservarlo dal profondo Tuttavia lo svolgimento dei contributi si è mosso su due livelli; quello più alto, religioso, storico, filosofico, antropologico e quello più interno squisitamente psicologico, che dal primo sembra trarre i motivi determinanti. Analogicamente nella clinica l'anamnesi ci racconta il contesto, lo specifico dell'ambiente in cui il protagonista è nato e cresciuto, ma denuncia anche le costanti della struttura umana che ne condizionano a monte i comportamenti.
Non è possibile né indicato riportare in questa sede la variegata e complessa serie dei contenuti; tenterò quindi di estrapolare alcune tracce del percorso espositivo, per fornire un segnale d'orientamento.
Le pagine della Rivista si dispiegano per ospitare un grande affresco fenomenologico-semantico del fondamentalismo su estrazione etno-psichiatrica, per poi distillare la gemma preziosa quanto trascurata del seminario junghiano sugli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola, attento a indagare le fonti dell'imperialismo occidentale. Sono soltanto due accenni esemplificativi, che però mi sollecitano a rinunciare al vezzo lezioso di presentare gli autori e i loro assunti a mio avviso meritevoli tutti di menzione, per recepire qua e là gli stimoli, che emergono dalla lettura e che sono stati la guida del dibattito redazionale.
Mi sembra che la riflessione più significativa enfatizza la diversità, quale elemento costitutivo della conoscenza e dello sviluppo; l'attenzione all'altro e il rispetto, che ne deriva, consente di cogliere la propria identità e trovare nell'altro aspetti di sé fin allora marginalizzati o rimossi, per acquisirli a integrazione della personalità totale. Questa premessa parte dalla distinzione primaria maschiile-femminile per trasporsi gradualmente e ampliarsi nella multiforme varietà dei soggetti, delle culture e delle razze.
E' noto anche come gli aspetti sconosciuti di sé, da noi allegati all'ombra si proiettino sull'interlocutore con attributi negativi e implicite falsificazione di valore.
Sto parlando dei principi di base dell'analisi psicologica, che indagano l'evoluzione dell'individuo da quando egli inizialmente s'identifica nel seno della madre e si sottomette al nome del padre, attribuendo a questi una facoltà onnipotente, a quando, nell'eventualità di un arresto di crescita, non riesca a superare il narcisismo primario, rinchiuso in un'autoreferenzialità acritica ed esclusiva, disegnando il luogo della psicosi.
Detto questo è facile comprendere l'esigenza dell'individuo, che deprivato della protezione genitoriale cerca un riferimento di sicurezza: il diverso fa paura e se ne teme a ragione l'aggressività. Eppure incontrarlo è indispensabile per uscire da casa, affacciarsi sul mondo, stabilire relazioni, che, pur antitetiche di una libertà radicale quanto difettuale, sono necessarie per accedere attraverso l'esperienza ad una comprensione quanto più ampia possibile del vero.
Qui siamo ad uno dei punti chiave: l'essere umano aspira alla verità, che si coniuga con la certezza di un assoluto unico e con lo splendore nitido del sublime. Solo toccando questo livello cessa la paura e nell'illusione di una giustizia totale, sempre più distante da una verifica di realtà, ci si carica di forza, che spinge talora a prevaricare quanti non condividono la stessa visione.
L'aspirazione, di cui parliamo, pronuncia alla fine il nome di Dio, che d'altronde è per definizione un Ente ineffabile, che non è possibile né comprendere, né possedere, perché altrimenti sarebbe ridotto a misura di uomo; da qui la magnifica traduzione cristiana, l'avvento del Cristo, simbolo di intersezione, la Croce, Dio umanizzato.
Ma la verità è polimorfa, non si lascia stringere nel laccio della stabilità; è soggetta alla fluidità della storia, né è facile ricondurla ad un diritto naturale, di cui si asseriscono soltanto i principi generali quanto generici. Hillmann ha insistito sul richiamo al politeismo della Grecia antica, a sottolineare le tante facce del divino, allineate sulla tribuna degli archetipi.
Non è strano che proprio i giovani accentuino l'adesione ad un vero assoluto. Si tratta appunto di un ancoraggio per l'ontologica insicurezza, che affida ad un credo trascendente la fragilità umana e suppone che il gruppo, il branco e soprattutto il capo-branco, il leader carismatico risolvano i problemi, autorizzati ad arrogarsi ogni decisione. L'anelito ideale del giovane sospinge lo slancio vitale, per raggiungere il nuovo con il sapore dell'avventura e del rischio: l'ideale diventa però pericoloso quando scade nell'ideologia, allineata, subordinata, apodittica.
Da qui nasce il fondamentalismo nella sua dizione più estesa, religiosa e laica, che predica il sacrificio, anche quello estremo in un connubio distruttivo fra eros e tanatos. Il composto esplosivo tra amore e aggressività investe il giovane, che, ignaro della complessità dell'esistenza e iella sua ambigua bellezza, disprezza la morte: è il trionfo del mito dell'eroe, che aspetta il monumento in terra e il paradiso in cielo.
Nel nostro libro si parla invece dell'esserci citando Heidegger " la possibilità d'essere liberi per il più autentico poter-essere…la possibilità dell'esistenza di darsi alle sue possibilità… d'afferrarle…ma anche di mancarle ". E' tutta un'altra prospettiva, che illustra una concezione relativa del vero, quel relativismo più o meno intriso di filosofia esistenziale, così duramente osteggiato dalla Chiesa Cattolica, fondata sul dogma. Il " cogito ergo sum " di cartesiana memoria approda al " dubito ergo sum "?
E' un atteggiamento scettico di ricerca interminabile, che si affaccia su di un universo misterioso, del quale i significati elaborati dall'uomo tentano una versione approssimativa e sempre infinitamente parcellare.
Qui avanza la psicoanalisi, lo sguardo dal profondo: l'analisi è per definizione antifondamentalista, perché si basa sull'ermeneutica, che coniuga verità e cultura e sulla maieutica; cioè, senza anteporre alcun dato certo, vuole indurre l'altro a scoprire quale è il suo vero e il suo giusto e lo rispetta. Si tratta di un metodo elettivo, che ha il suo riscontro in pedagogia, soprattutto nella psicologia dell'età evolutiva, dove è determinante e sano capire chi è quell'adolescente nell'intento di aiutare a chiarire una sua personale linea di tendenza. E' quindi ben altro che arruolarlo nelle squadre fasciste o vestirlo da Kamikaze.
Tutto ciò non ci esime dal sottolineare, che il vuoto bioniano nello spazio relazionale dell'analisi è pura petizione di principio: l'analista, sostenuto da un approccio corretto, sa che le sue caratteristiche e la sua visione del mondo passano sotto banco al paziente, nella speranza che riesca a valutarle e appropriarsene per quanto gli appartiene. Va raccomandato che il transfert non degeneri in trascendenza oltre i limiti delle parti spingendo gli attori sui versanti integralisti e folli di un delirio a due.
Una lancia va spezzata contro la deriva pericolosa, anche se in fase di revisione, delle scuole analitiche, freudiana, junghiana, adleriana che siano, dove il carisma del fondatore, i riti iniziatici della formazione-affiliazione, la costrizione delle regole, l'appartenenza alla casta, l'opposizione ai diversi, sentiti come alieni-alienati se non come nemici hanno incrementato per un tempo troppo lungo la guerra fra le Società.
Restituiamo infine alla psicologia del profondo la modalità oggi prevalente, secondo cui la verità si costruisce nella relazione; si tratta di quel vero che si sostanzia nel campo dei due interlocutori, emerge nello scambio. La diversità di ruolo implica comunque il rispetto della peculiarità dell'altro, senza stabilire una gerarchia di valori, la cui graduatoria compete a ciascuno dei due soggetti secondo i propri criteri. L'insegnamento in quanto fornitura di principi fissi è il contrario dell'analisi: il lascito che la conclude è la capacità di guardarsi dentro, parlare con il famoso inconscio, attribuendo tuttavia alla coscienza il compito interpretativo, selettivo, direttivo.
Per evitare malintesi, come se si predicasse un lassismo e uno spontaneismo primitivo, va precisato che ci si dispone invece a consolidare le fondamenta, cioè lo zoccolo duro, che sostiene il peso dell'etica; sotto la sua guida l'individuo, consapevole delle leggi della comunità e della struttura ontologica dell'umano, ricerca la sua morale, rifugge dal moralismo spostando sempre in avanti gli obiettivi di senso.
Mi piace concludere questo scritto con la denuncia di un manicheismo devastante, che divide e contrappone Bene e Male, Giusto e Ingiusto, Vero e Falso.
Tuttavia bisogna fare i conti con l'aggressività, pulsione radicale pronta a distruggere, inventandosi sagome fittizie da colpire, nella ingenua pretesa di fare piazza pulita, estirpare la presunta gramigna. Va perseguito l'impegno tenace quanto arduo di convertire l'aggressività in forza motrice, atta a muovere le montagne e scolpire il marmo per confezionare il prodotto e rifinire la sua qualità estetica.
E' necessario cogliere le infinite sfumature e mediazioni, che si intersecano tra gli opposti sopra citati; vale la pena di riaprire la frase junghiana, quando parla di enantiodromia, riesumata dal maestro zurighese per sottolineare il flusso continuo che oscilla fra i due termini contrari. L'auriga, pensando a Platone, situato in alto, in posizione trascendente le ruote del carro, tirerà le briglie a destra e a manca sul cavallo nero o su quello bianco con coraggiosa e astuta perizia in direzione di una meta lontana e nemmeno chiaramente percepibile sulla strada dell'individuazione, che richiede di partecipare intensamente alla fatica ed al piacere della vita.