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L'ANALISTA PLURIMO
Trasversalità e appartenenza
N. 16 (68/2003)
PRESENTAZIONE
(di Giuseppe Maffei e Romano Madera)
E' necessario, alcune volte, usare delle
parole, delle espressioni il cui significato non è chiaro e distinto.
"L'analista plurimo" è una di queste espressioni. All'interno
del comitato redazionale si è discusso molto sull'adozione di questo
titolo e si è deciso poi, a maggioranza, di utilizzarlo. E' sembrato
cioè che fossero proprio la sua vaghezza ed imprecisione a poter
indicare un ambito di riflessioni e di studi non ancora bene differenziato,
ma sicuramente ricco di grandi potenzialità.
E' un titolo che evoca, indubbiamente,
un vasto alone semantico. Gli analisti si formano in diverse scuole ed
ognuna di queste ha la sua teoria e la sua prassi. Fino a non molto tempo
fa gli analisti erano molto legati alle teorie e alle prassi delle proprie
scuole e ritenevano erronee le impostazioni delle scuole altre. Oggi questo
modo di pensare è in gran parte superato e si fa sempre più
avanti l'idea che ogni scuola, ogni serio indirizzo di ricerca possano
rivelare aspetti della vita psichica che altre scuole, altri indirizzi
non riescono ad evidenziare. L'analista non può non essere oggi
che un analista "plurimo".
Plurimo? Il vocabolario italiano pone "plurimo" come "molteplice",
termine che etimologicamente indica "molte pieghe". Seguendo
questo etimo, l'analista che il titolo prospetterebbe sarebbe quello di
una persona con molteplici sfaccettature, con diverse possibilità
di rapportarsi agli altri, di interagire, ma con una unità di base.
Le pieghe non sono tagli, separazioni. La proposta del titolo sarebbe
così una proposta "buonista", l'analista plurimo sarebbe
semplicemente una persona di una particolare complessità e sensibilità.
Ma ciò che la psicoanalisi dimostra è che tutti gli uomini,
non solo gli analisti, sono abitati da diversi altri. L'unità del
nostro essere non è data, va conquistata giorno per giorno, conflitto
dopo ogni conflitto. Da questo punto di vista ciò che è
sostenuto dal darwinismo neurale di Edelman non è così diverso
da ciò con cui noi analisti ci confrontiamo continuamente nella
nostra pratica quotidiana: parti di noi vogliono sopraffare altre parti
di noi, la nostra psiche ha un'alta potenzialità di scindibilità.
L'analista plurimo nella nostra proposta non sarebbe semplicemente un
analista dalle molte pieghe, ma un analista
consapevole della irrimediabile presenza, nell'uomo, di parti tra loro
incompatibili e che trovano una possibilità di integrarsi solo
attraverso operazioni psichiche complesse e che non sempre giungono a
buon esito. Il grande organizzatore-unificatore rappresentato dalla situazione
edipica non sempre funziona.
Perché non usare allora la parola
multiplo (l'analista multiplo) che nel vocabolario italiano rimanda a
qualcosa composta appunto di più parti? La caratteristica di essere
composto da più parti non indica il fatto che queste possono confliggere
tra di loro, ma inizia ad allontanarsi comunque dall'immagine tradizionale
di una unità data di per sé.
L'esistenza però, nel campo della metapsicologia, delle cosiddette
"personalità multiple" farebbe pensare, nei confronti
di un analista multiplo, a un analista malato, scisso.
E noi vorremmo invece accennare a un analista che è ad un tempo
consapevole di una lotta senza fine tra le parti che lo abitano e del
fatto che queste parti si trovano all'interno di una unità che
è legata alla
situazione di separatezza in cui il neonato, con la nascita, si viene
a trovare; unità pertanto che non potrà mai essere abolita.
Con un salto un po' indebito, possiamo pensare al fatto, a questo proposito,
che i trapianti di organo non aboliranno mai, anche se di più organi
-questi sì radicalmente estranei-, l'unità del ricevente.
"Analista plurimo" è pertanto un termine "buonista"
che trattiene da fantasie fantascientifiche, che non indica affatto qualcosa
di preciso e che accenna semplicemente e timidamente a un ambito di interessanti
problemi.
Tra i titoli della Rivista appare anche il termine di psicoterapeuta plurale
utilizzato dall'Autore per indicare la pluralità degli strumenti
che il terapeuta utilizza per affrontare il compito che gli viene direttamente
o indirettamente, implicitamente o esplicitamente, commissionato dal paziente.
Il numero della Rivista si apre con un articolo di Gaillard, un collega
francese che, nei suoi scritti e in modo particolare in questo, è
riuscito a dare una visione chiara, profonda e moderna della psicologia
analitica junghiana. Il comitato redazionale lo ringrazia molto per averci
concesso la traduzione italiana. Si tratta di un'impostazione di lavoro
che ci appare fondamentale: non occorre cancellare le differenze. Le differenze
vanno approfondite; quanto più le evidenziamo tanto più
possiamo fondare una possibilità di dialogo e di confronto.
Ci sono poi dei lavori di un collega
fenomenologo, Eugenio Borgna, cui avevamo chiesto di dirci le sue idee
sulle differenze e sulle somiglianze tra ascolto analitico e fenomenologico,
e di psicoanalisti (Carta,
Conrotto, Ferro) cui avevamo chiesto di dirci le loro idee relative a
ciò che pensavano a proposito del futuro della psicoanalisi e dell'esistenza
di diverse impostazioni teoriche.
Seguono poi i lavori dei redattori della rivista (Carotenuto, Madera,
Maffei, Pignatelli, Ravasi) e di Antonio Lo Cascio, che sono stati tutti
scritti dopo una lettura del lavoro di Gaillard. Essi rappresentano così
delle risposte implicite alle forti stimolazioni teoriche provocate da
questa lettura.
Il numero è infine completato da un articolo di Meletiadis, un
analista greco che compie un'interessante comparazione tra pensiero psicodinamico
e rilettura della spiritualità della tradizione patristica e ortodossa
greca. |